Questo blog Percorre Tutte Le Lotte dei Disoccupati Salernitani
Indultati Ex-detenuti Manifestazioni Assemblee Presidi
Salerno Contro informa
martedì 2 giugno 2009
Tiananmen: Non dimenticate il giovane che ha sfidato i carri armati di Lu Decheng Lu Decheng, rifugiato politico in Canada, è un operaio che durante le manifestazioni di Tiananmen ha sporcato di vernice il ritratto di Mao. Per questo è stato condannato all’ergastolo, ma poi è riuscito ad uscire di prigione dopo 9 anni. Lu racconta l’eroismo della gente semplice che sosteneva lo sciopero degli studenti. E mette in guardia la comunità internazionale sul pericolo di una Cina non democratica.
Calgary Lu Decheng, 46 anni, da oltre tre anni è rifugiato politico a Calgary (Canada), dopo aver passato 9 anni in un lager cinese ed essere riuscito a fuggire in Thailandia. I moti studenteschi e operai dell’89 hanno segnato tutta la sua vita. Ma la notte del massacro Lu era già in prigione: era stato arrestato qualche settimana prima, il 23 maggio, quando con due suoi amici hanno lanciato uova e vernice contro il grande ritratto di Mao Zedong che sovrasta l’entrata del Palazzo imperiale. Era la prima volta che veniva “offesa” la memoria del dittatore che aveva decretato la morte di decine di milioni di cinesi. Lu Decheng, autista di camion, era arrivato a Pechino per sostenere le richieste degli studenti. Il suo gesto è stato condannato dal regime come “incitamento alla rivolta”.
Ora Lu è rifugiato in Canada, ma la moglie e suo figlio sono ostaggio del governo di Pechino che non li lascia emigrare. Il secondo che ha macchiato il ritratto di Mao, Yu Zhijian, 46 anni, rilasciato nel 2001, ha perso il suo lavoro di insegnante e vive con lavori saltuari. Il terzo, Yu Dongyue, brillante giornalista dell’Hunan, è impazzito: durante la sua prigionia ha subito torture e pestaggi; una sbarra di ferro gli ha rotto la scatola cranica e ora vive mentalmente disabile. I suoi genitori, pur di averlo a casa vivo, hanno accettato di tacere sulle violenze subite dal figlio in prigione e di non chiedere giustizia.
La memoria più dolorosa di questi 20 anni è il ricordo di quel giovane operaio che da solo sfida il corteo dei carri armati a Pechino. La sua immagine ha fatto il giro del mondo e tutti la conoscono, ma quasi nessuno sa qual è la sua sorte. Si chiamava Wang Weiming e non sappiamo se è vivo o morto. Mi auguro sempre che qualcuno si mobiliti e si venga a sapere la verità su di lui, anche se è difficile perché quella immagine non fa vedere il suo volto. Da questo punto di vista io e i miei due amici che abbiamo imbrattato il ritratto di Mao siamo stati più fortunati: le nostre facce erano conosciute dai media di tutto il mondo e così, dopo che ci hanno arrestato, la comunità internazionale ha fatto pressione per la nostra liberazione e siamo usciti vivi dal lager.
Un altro fatto che mi impressiona è la facilità con cui la gente dimentica tutti questi morti: tutti gli studenti, ma anche la popolazione di Pechino, gente semplice, operai, contadini che aiutavano gli studenti. Essi sono dei veri eroi e bisogna dichiarare il massacro del 4 giugno un crimine contro l’umanità, non “un problema interno”, come lo definisce il Partito.
Il movimento democratico dell’89 forse non aveva le idee molto chiare su cosa fare, ma ha permesso la nascita di istanze democratiche che durano ancora oggi in Cina. In più, io credo che il mondo intero dovrebbe essere riconoscente ai giovani di Tiananmen: il massacro del 4 giugno ha provocato i grandi cambiamenti nell’Europa dell’est e la caduta del Muro di Berlino; esso ha svolto un ruolo di spinta, che ha facilitato il cambiamento.
A guardare la Cina dopo 20 anni, si resta sorpresi dei cambiamenti, ma essi sono soltanto apparenti. Certo l’economia mostra tutto il potere che ha il Partito comunista, la loro capacità di governare e organizzare il Paese, ma esso continua a resistere alla libertà e alla democrazia, proprio come 20 anni fa. E se si guarda all’economia ci si accorge di quanto essa sia debole. Infatti il gigante che sembra essersi levato sfrutta la manodopera a basso costo e apre i suoi mercati solo nella misura in cui può rafforzare se stesso. La Cina in economia non usa le regole di tutti, ma fa un gioco economico che è molto simile a una guerra: seduce i Paesi occidentali, li mette uno contro l’altro, vincendoli: prima il Giappone, poi gli Stati Uniti, ecc… Il metodo cinese ricorda molto quello delle guerre nel Periodo Primavera - Autunno (770 al 221 a.C.) o del periodo del primo imperatore Qin Shi Huang. Tutti pensano che la Cina sia cambiata solo perché ha trasformato l’economia, ma il suo disegno rimane lo stesso: la salvaguardia del potere del Partito e l’estensione del suo dominio. Se in Cina non finisce l’egemonia del Partito, non c’è vero cambiamento.
Mi auguro che la comunità internazionale non perda d’occhio la Cina: solo se si risolve la questione cinese, allora ci sarà la pace nel mondo. Faccio presente che il Partito comunista cinese sostiene la dittatura della Corea del Nord, il Vietnam, il Venezuela, il Sudan, il Pakistan e quindi è collegato anche con il fondamentalismo islamico.
Per la democrazia in Cina dobbiamo impegnarci tutti. Ho messo in opera un sito web dal titolo “L’ultimo muro di Berlino”. Spero che questo ultimomuro – il comunismo cinese – cada al più presto. Solo così ci sarà la possibilità di pace nel mondo.
A Brescia manifestazione degli studenti medi e contestazione del sindaco forzitaliota Adriano Paroli, responsabile dell'approvazione di decreti xenofobi e razzisti.
Interviste alla manifestazione bresciana a cura di radiondadurto
8 MORTI E 103 FERITI. LA STRATEGIA DEL “PARTITO DEL GOLPE” NELLA PRIMA META’ DEGLI ANNI ‘70: COLPIRE TRA LA FOLLA PER SEMINARE IL TERRORE E PRECIPITARE IL PAESE NELLA GUERRA CIVILE
_Ricostruzione storica a cura di Saverio Ferrari_ pubblciato su Senza Soste.it
GLI IMPUTATI
Con l’accusa di aver materialmente partecipato all’ideazione e all’organizzazione della strage comparirebbero ora sul banco degli imputati alcuni fra i principali dirigenti del gruppo neonazista di Ordine nuovo, divenuti in questi ultimi anni assai noti alle cronache giudiziarie, grazie alla riapertura di diverse inchieste sulle “stragi nere”. I nomi ancora una volta quelli di Delfo Zorzi, all’epoca a capo della cellula di Mestre, oggi cittadino giapponese, condannato all’ergastolo in primo grado per la strage di Piazza Fontana, poi assolto; di Carlo Maria Maggi, il “reggente” di Ordine nuovo nel triveneto, processato, senza esito, per la strage del 12 dicembre alla Banca Nazionale dell’Agricoltura e per quella davanti alla questura di Milano, il 17 maggio 1973. Con loro alla sbarra, in questa occasione, anche Maurizio Tramonte, militante di Ordine nuovo, ma per sua stessa ammissione soprattutto confidente del Sid con il nome in codice di “fonte Tritone”. Carlo Digilio, l’”armiere” del gruppo e depositario di tutti i segreti della struttura clandestina dell’organizzazione, i cui interrogatori avevano consentito di riaprire l’inchiesta, non figurerà invece tra gli imputati E’ deceduto qualche mese fa. Nel corso di questa inchiesta erano anche stati indagati un’altra quindicina di personaggi la cui storia si è spesso intrecciata con molti episodi della “strategia della tensione”. Tra loro, Pino Rauti, già nell’immediato dopoguerra discepolo di Jiulius Evola e partecipe ai primi gruppi clandestini neofascisti, poi fondatore di Ordine nuovo; Mario Di Giovanni, uno dei più noti squadristi milanesi degli anni ’70; Guérin Sérac, prima nelle Waffen-Ss, poi nell’organizzazione terroristica francese Oas, successivamente al servizio della Cia, animatore a Lisbona della finta agenzia di stampa “Aginter Press”, uno degli snodi organizzativi dell’eversione di destra a livello internazionale; l’ex-generale dei carabinieri Francesco Delfino, capitano nel nucleo operativo di Brescia nel 1974.
LA STRAGE
La mattina del 28 maggio 1974 a Brescia, sotto un cielo cupo e piovoso, alle 10 e 12 minuti, nel corso di uno sciopero generale cittadino di quattro ore, indetto da Cgil, Cisl e Uil, congiuntamente al Comitato permanente antifascista, in risposta alle ripetute violenze fasciste, mentre in Piazza della Loggia da pochi minuti stava parlando il sindacalista della Cisl Franco Castrezzati, scoppiò una bomba posta in un cestino per i rifiuti, sul lato est, sotto i portici. I morti furono 8 e 103 i feriti. La piazza era già colma di gente, più di 2.500 le persone presenti, ancora in attesa di due dei quattro cortei previsti.
Incerta rimase sempre la natura e la quantità dell’esplosivo. Accadde infatti che alle 11,45, a poco più di un’ora e mezza dallo scoppio, senza nemmeno attendere l’arrivo del magistrato incaricato, la piazza venne lavata dai vigili del fuoco con pompe idranti, su decisione della questura, disperdendo i reperti dell’ordigno esplosivo. A nulla false una successiva ricerca nelle fogne.
Ancor prima, nessuno, quella mattina, si era dato pensiero di controllare le cassette metalliche portarifiuti distribuite nelle piazza e sotto i portici, nonostante le forze di polizia sostassero fin dalle 8,30. I netturbini, dal canto loro, avevano provveduto al loro svuotamento tra le 6,45 e le 7,00. Solo il palco era stato controllato dal vice-questore Aniello Diamare, incaricato di dirigere il servizio di ordine pubblico.
Eppure una serie impressionante di attentati aveva colpito, nei mesi precedenti, la Lombardia, l’Emilia e la Toscana. Il 28 marzo in Piazza Maspero a Varese lo scoppio di un ordigno aveva ucciso, poco prima dell’apertura del mercato, un ignaro fiorista, e, proprio a Brescia, il 19 maggio Silvio Ferrari, un giovane neofascista, era saltato in aria con il suo scooter mentre trasportava una bomba ad alto potenziale.
Silvio Ferrari, figlio di una famiglia agiata, era già a 21 anni un esponente di primo piano dell’estrema destra bresciana. Aveva avuto legami con Anno zero, la reincarnazione di Ordine nuovo dopo il suo scioglimento nel 1973. Diverse le sue amicizie anche fra i sanbabilini.
Rimase dilaniato, in Piazza del Mercato, alle tre e cinque di notte, dallo scoppio di una bomba che, in previsione di un altro attentato, stava trasportando sulla pedana della Vespa 125 “Primavera” del fratello Mauro. L’ordigno era composto da un chilo di tritolo e da nitrato di ammonio, già con il detonatore elettrico innescato ed il congegno ad orologeria. Sul suo corpo, alla cintura, venne ritrovata una fondina vuota e a tre metri una Beretta 7,65 con caricatore e il proiettile in canna. A poca distanza alcune copie bruciacchiate della rivista “Anno Zero”.
Nella stessa notte, quasi contemporaneamente, un auto, targata Milano, con quattro fascisti a bordo finì inspiegabilmente schiantata contro un muro all’angolo fra Via Villa Glori e Via Milano. Il guidatore morì. Anche in questa circostanza nell’auto furono ritrovate copie di “Anno Zero”.
Ai funerali di Silvio Ferrari, comparve, a firma “I camerati”, una corona di fiori con l’ascia bipenne, simbolo prima di Ordine nuovo, poi di Ordine nero.
Sarà proprio a seguito della sua morte che, il 22 maggio, il Comitato permanete antifascista e Cgil, Cisl e Uil, nel quadro dell’escalation terroristica e delle indagini sul Mar (il Movimento di azione rivoluzionaria), indiranno lo sciopero generale cittadino.
IL “PARTITO DEL GOLPE”
Solo qualche giorno prima la bomba di Piazza della Loggia, il 9 maggio, i capi del Mar erano stati arrestati alla vigilia di un piano di attentati a tralicci, porti e aeroporti, previsto in diverse città, tra le altre, Roma, Genova e Firenze. Sullo sfondo l’intreccio tra l’anticomunismo “bianco” animato da Edgardo Sogno, con l’appoggio di settori delle Forze Armate, e l’eversione neofascista coagulatasi attorno ad Ordine nero, la nuova sigla nella quale erano confluite le principali organizzazioni terroristiche, da Avanguardia nazionale alle Sam (le Squadre d’azione Mussolini) Mesi prima il giudice padovano Giovanni Tamburino aveva scoperto le trame della cosiddetta “Rosa dei Venti”, dal simbolo utilizzato da una costellazione articolata di gruppi neofascisti identico a quello della Nato.
Due giorni dopo la strage, il 30 maggio, alle 7 del mattino, a Pian del Rascino, in provincia di Rieti, nel corso di una sparatoria, due guardie forestali e cinque carabinieri guidati dal maresciallo, nonché agente del Sid, Antonio Filippi, uccisero Giancarlo Esposti, 27 anni, uno dei principali esponenti di Ordine nero, il braccio armato del Mar, accampato in una radura.
La dinamica del conflitto a fuoco non venne mai chiarita. Il corpo di Esposti fu ritrovato crivellato di colpi e finito con un colpo alla testa. Furono nell’occasione tratti in arresto Alessandro D’Intino e Alessandro Danieletti, di 21 e 20 anni, legati ad Avanguardia nazionale.
Nella Land Rover un fucile di precisione Hammerling Mauser, calibro 7,62 Nato, due mitra, pistole, munizioni, una grossa quantità di esplosivo, tra cui 50 chilogrammi di Anfo, centinaia di detonatori. Nelle tasche di Esposti una tessera della Pide, la polizia politica portoghese appena sciolta dopo la “rivoluzione dei garofani”, una tessera da studente della Sorbona, un’agendina e due foto formato tessera di Cesare Ferri, notissimo neofascista milanese.
Carlo Fumagalli, il capo del Mar, chiarirà che l’obiettivo era di arrivare a tentare un colpo di stato, con l’aiuto di nuclei terroristici. Teatro delle operazioni la Valtellina, ma anche il centro Italia. Il gruppo di Esposti si trovava in Abruzzo in attesa di un’azione che avrebbe dovuto fungere da detonatore per l’entrata in azione sua e di gruppi analoghi.
Alessandro Danieletti confesserà che la prospettiva golpista si sarebbe dovuta attuare attraverso “una serie di attentati di gravità crescente”, di stragi indiscriminate in città diverse. Sosterrà anche che la missione del gruppo, di cui faceva parte, prevedeva un attentato a Roma, il 2 giugno, in occasione della festa della Repubblica.
Il commando si era mosso da Milano subito dopo l’arresto, il 9 maggio, di Carlo Fumagalli. Secondo D’Intino il piano originario, che prevedeva attentati a raffinerie, linee ferroviarie e dighe, sarebbe dovuto scattare proprio il 28.
Colpire tra la folla per seminare il terrore rientrava nei piani dei settori golpisti delle Forze Armate e della destra eversiva, per precipitare il paese nell’abisso di una “guerra civile” o condurlo ad una svolta autoritaria. In quegli anni furono particolarmente presi di mira i treni. Solo sul tratto, di cento chilometri, che collega Arezzo, la città di Licio Gelli, a Bologna, tra il 21 aprile del 1974 e il 7 gennaio del 1975, si consumò una strage, quella del 4 agosto del 1974 con una bomba sul treno “Italicus” (12 morti e 44 feriti), mentre sei altri diversi tentativi andarono a vuoto per un nonnulla. Una linea “maledetta” ancora teatro, negli anni a venire, di spaventosi eccidi: il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna e il 23 dicembre del 1984 sul rapido Napoli-Milano.
L’ULTIMA INCHIESTA
Due le testimonianze principali che hanno accompagnato l’ultimo lavoro di indagine dei sostituti procuratori di Brescia Roberto Di Martino e Francesco Piantoni: quella di Carlo Digilio, l’ex-artificiere di Ordine nuovo, già alla base con i suoi racconti del procedimento su Piazza Fontana, e quella di Maurizio Tramonte. A fornire l’esplosivo sarebbe stato Delfo Zorzi. Marcello Soffiati, capocellula di Verona, deceduto anni fa, lo avrebbe trasportato. Lo stesso Digilio, in una tappa del percorso, si sarebbe occupato di mettere l’ordigno “in sicurezza”, impedendo che deflagrasse inavvertitamente lungo il tragitto. A Milano fu consegnato alle Sam di Giancarlo Esposti, materialmente incaricate di compiere la strage. Secondo Maurizio Tramonte fu invece Giovanni Melioli, il capo degli ordinovisti di Rovigo a collocare l’esplosivo. Per la cronaca, Melioli venne rinvenuto morto nel suo letto, nel gennaio del 1991, con mezzo chilo di cocaina sul comodino. Un racconto che se si discosta da quello di Carlo Digilio, si sofferma con dovizia di particolare sulle riunioni preparatorie, ma soprattutto sul ruolo di Carlo Maria Maggi, su quello degli esponenti del Mar di Carlo Fumagalli e di alcuni agenti dei servizi segreti, oltre che di Ermanno Buzzi, il neofascista bresciano condannato all’ergastolo nel primo processo. Ma di gran lunga l'elemento più interessante è un altro. Agli atti i magistrati allegheranno una fotografia scattata in Piazza della Loggia qualche istante prima lo scoppio della bomba. Confuso tra la folla, con un'attendibilità di riconoscimento, secondo i tecnici, molto alta, attorno al 92 per cento, lo stesso Maurizio Tramonte, la “fonte Tritone” del Sid. Una presenza che riporta alla mente la deposizione di una donna di mezza età, presente quel giorno al comizio, che testimoniò di aver occasionalmente sentito, pochi minuti prima della deflagrazione, cercando riparo dalla pioggia sotto i portici, un dialogo sussurrato fra due giovani. Uno disse all’altro: “Hai pronto la bomba?”. Li perse quasi subito di vista tra la folla.
Saverio Ferrari, Osservatorio democratico sulle nuove destre
Anche nelle carceri si parla diSicurezzasul lavoro. Se ne parla in particolare agli alunni di una classe speciale del Regina Coeli. E' proprio ai detenuti del principale carcere circondariale di Roma, infatti, che è destinato questocorsodi formazionelsulla prevenzione organizzato dall'INAIL Lazio in collaborazione cona Scuola media inferiore Antonio Gramsci di Roma. L'insegnante Clarissa Guiggi, come si legge in un comunicato dell'INAIL ha dichiarato: "Questo progetto è stato possibile grazie all'incontro tra due persone. [...] Io stavo organizzando ilcorsoper la licenza media ai detenuti e ho chiesto ai referenti dell'INAIL regionale se avevano materiale informativo sulle misure di sicurezza nei luoghi di lavoro. Mi hanno risposto che potevano fare molto di più: venire qui e fare dei corsi per la prevenzione". L'iniziativa, che ha coinvolto oltre cento detenuti del carcere romano, e che è stata voluta dalla struttura penitenziaria di Roma e dall' INAIL Lazio si propone l'obiettivo di insegnare ai detenuti comportamenti e misure di prevenzione da adottare in vista del reinserimento professionale. "Un'esperienza importante anche per noi" ha dichiarato Luisa Paesano, la responsabile del progetto per l'INAIL Lazio. "Questi corsi rientrano nell'ambito delle iniziative che facciamo per il reinserimento lavorativo delle persone. Molti detenuti, avendo un livello di scolarizzazione piuttosto basso, una volta usciti di prigione trovano lavoro nei settori più a rischio, come l'edilizia. Per questo è importante che ricevano almeno una formazione di base sui pericolo che possono correre".
sabato 23 maggio 2009
Alla marcia del silenzio un assente eccellente, il poeta dei desaparecidos Mario Benedetti, morto lunedì
Migliaia di persone in marcia per i desaparecidos della dittatura hanno invaso, come ogni anno il 20 maggio, le strade di Montevideo, in Uruguay. "Verità, giustizia, memoria e mai più" è lo slogan che ha accompagnato i manifestanti, i quali dal governo di sinistra di Tabaré Vazquez pretendono l'annullamento della legge di amnistia ai militari, colpevoli durante gli anni bui - 1973-1985 - di soprusi, violenze, omicidi e sparizioni.
Tra simboli e battaglie.Le organizzazioni di Familiari e detenuti-scomparsi, che dal 1996 non si stancano di scendere in piazza ogni maggio in assoluto silenzio per "non dimenticare", pretendono un referendum che rimetta nelle mani dei cittadini la decisione sul futuro degli aguzzini della dittatura. La legge in questione è la Ley de Caducidad e la speranza è che le firme raccolte per indire la consulta siano ritenute valide dalla Corte elettorale che le sta esaminando e che quindi il prossimo ottobre, il tanto atteso referendum venga aggiunto alle legislative. La scelta del 20 maggio è simbolica: quel giorno del lontano 1976 vennero uccisi a Buenos Aires, nell'ambito del Plan Condor che vedeva cooperare le dittature latinoamericane, Zelmar Michelini, capo e fondatore del Frente Amplio, coalizione di sinistra adesso al governo, Héctor Gutièrrez Ruiz, esponente del Partito nazionale (conservatore) e presidente della Camera dei deputati, e i militanti del movimento rivoluzionario tupamaros Rosario Barredo e William Whitelaw. Come loro scomparvero, durante il regime, duecento oppositori, perlopiù uccisi nella vicina Argentina, a suggello della collaborazione nel programma di sterminio sistematico.
Come in Argentina.La legge uruguaiana a garanzia dell'impunità di chi si è macchiato di orrendi delitti, tutti accomunati da una continua violazione dei diritti umani, fu votata nel 1986 e ratificata dalla cittadinanza in un referendum tre anni dopo. Solo i casi indicati dal Governo potevano essere investigati con relativa inquisizione dei colpevoli. Il resto, tabù. La medesima legge era stata imposta anche in Argentina, ma già da un paio d'anni è stata abolita e le aulee dei tribunali si sono finalmente spalancate ai colpevoli, senza riserve.
Il parere.A commentare a Peacereporter l'evento è Gennaro Carotenuto, il professore di storia dell'America Latina che dal 1997 è redattore del settimanale uruguaiano Brecha. "La marcia di quest'anno ha avuto molti significati. E' mancato a tutti don Mario Benedetti, il grande poeta deceduto lunedì che aveva i desaparecidos come uno dei filoni ispiratori principali della sua poesia oltre che della sua militanza, essendo stato egli stesso esiliato per 10 anni. Ma è anche una marcia che avviene in un contesto peculiare. Con il governo di centro-sinistra si fanno i processi, si cercano i resti dei desaparecidos, ma non è stata ancora abrogada, come è invece successo in Argentina, la legge dell'impunità voluta al ritorno della democrazia nell'85. Tutta la marcia è stata dedicata allo sforzo per arrivare a un referendum. E questo, unito al fatto che i dittatori Bordaberry e Álvarez stanno in galera ci conferma che in Uruguay la giustizia, per citare Benedetti "lenta ma viene".
I grandi occhi neri di Fatima sembrano tristi e spaventati. Con la mano sinistra si aggrappa timidamente al cappotto della madre. Nell'altra mano tiene invece un cartello che mostra l'immagine di un bimbo morto tra le braccia del padre e la scritta in basso: "Fermate l'uccisione dei bambini".
Fatima ha solo sei anni, ma non è l'unica bambina presente alle numerose proteste a Londra contro l'attacco israeliano a Gaza di dicembre, proteste che continuano ancora oggi a cadenza regolare. Gabriel, otto anni, porta sulla schiena un bambolotto pieno di sangue finto, tutto avvolto in un fagotto in cui ha scritto: "Per favore, non uccidete la mia mamma". Al contrario di Fatima, lui è molto combattivo e non smette di gridare slogan insieme alla folla. Viene difficile non chiedersi cosa passi per la mente di questi bambini e quanto realmente capiscano riguardo ad un argomento così terribile come la guerra. "I bambini vedono immagini di guerra ogni giorno in tv e nei giornali, e così mia figlia", racconta Sarah Salmi, 33 anni e madre della piccola Fatima. "Spesso la bambina si accorge anche quando noi genitori siamo turbati da quelle immagini e vuole sapere cosa sta succedendo. Io cerco sempre di rispondere in un modo che non la traumatizzi, ma allo stesso momento non me la sento di mentirle". Caroline Nicholson, ex insegnante e ora coordinatrice del programma Scuola della sezione inglese dell'organizzazione non governativaWarchild, è d'accordo con lei. "Non bisogna nascondere la verità ai bambini perché capiscono molto più di quello che pensiamo - afferma - Naturalmente dipende dall'età, ma è sempre meglio essere onesti, ovviamente usando le opportune cautele: bisogna innanzitutto rassicurarli del fatto che le guerre sono lontane e che loro sono al sicuro. Contemporaneamente devono capire che ciò che vedono in tv non è un film, la guerra esiste. Noi della sezione Scuola di Warchild, ad esempio, ci serviamo moltissimo dei casi di studio, di esperienze di bambini veri, per rendere i conflitti più reali e aiutare i piccoli a relazionarsi con essi".
Come suggerisce il suo ruolo nell'organizzazione internazionale, Caroline Nicholson è avvezza a questi argomenti: il suo compito principale è infatti supervisionare le relazioni con gli insegnanti e promuovere i "programmi per i cittadini" rivolti soprattutto ai bambini delle scuole elementari. Un altro consiglio che dà a maestri e genitori è di non enfatizzare il conflitto e soprattutto di non presentarlo come senza speranza. "Bisogna mostrare ai bambini le possibili soluzioni e tutto ciò che possiamo fare per ridurre le sofferenze dei popoli in guerra - continua. - Ed è proprio per questo che anche la partecipazione dei piccoli alle manifestazioni è così importante. Bisogna permettere loro di esprimere le proprie opinioni, di essere parte anche della protesta politica. E' molto importante per la loro formazione come cittadini. Certo, hanno bisogno di essere informati nel modo giusto, cosa che spesso non accade. I genitori schierati, ad esempio, devono stare molto attenti: la sincerità è sempre essenziale, ma senza fomentare odio o rancore". Nicholson spiega anche che, soprattutto i bambini più piccoli, possono rimanere molto confusi dall'argomento e addirittura spaventati. "Le loro reazioni - afferma - possono includere la curiosità, vogliono conoscere quante più cose possibili e a volte sono interessati dai dettagli più strani. Molti naturalmente provano rabbia, orrore, sgomento. Ma soprattutto, la maggior parte di loro reagisce con un entusiasmo incredibile quando capiscono che possono fare qualcosa in prima persona per arginare tutta questa sofferenza".
La dottoressa avverte anche di fare attenzione a coloro che reagiscono con menefreghismo o che ridono e scherzano su argomenti così gravi e importanti. "E' una reazione normale, certi bambini infatti non sono in grado di affrontare l'argomento o non sono ancora maturi per verbalizzare e spiegare quello che provano e che hanno dentro. Insegnanti e genitori devono avere pazienza, capire che anche questa è una valida reazione e incoraggiarli a vedere il conflitto nella sua realtà. E qui entra in gioco l'utilità dei casi di studio". Quasi tutti gli psicologi, poi, suggeriscono di dotare i bimbi di carta e colori e di farli disegnare perché attraverso il disegno riescono scaricare la loro ansia e a ridimensionare le loro paure. Anche il gioco può essere terapeutico. "Giocare a un gioco di guerra è un modo per neutralizzarla" scrive ad esempio la psicologa Anna Oliviero Ferraris nel suo libro Le domande dei bambini. "E' un modo per farli sentire attivi e per ridurre la sensazione di impotenza che provano quando guardano le immagini di guerra in tv". Intanto, Fatima sta ancora marciando insieme a sua madre. "La mia mamma mi ha detto che la guerra è molto lontana da Londra e che non ho niente da temere - dice quasi in un sussurro - ma forse se chiediamo la pace tutti insieme la pace arriverà davvero e tutti quei poveri bambini non soffriranno più". I suoi genitori sono sicuri che, per una bambina così piccola, questo pensiero è più che sufficiente.